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Enya - La Voce degli Angeli |
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Avvicinarsi
alla musica di un'artista come Enya significa prima di tutto fare opera
di "pulizia" da eventuali preconcetti e giudizi affrettati: troppo
spesso infatti molte voci si sono levate per accomunare la produzione di
questa cantante irlandese a certa tradizione New Age o celtica o della World
music e così via.A dispetto di questi tentativi di assimilazione credo che la musica di Enya trascenda simili catalogazioni per cercare di trovare una propria autonoma identità che pure non rinneghi radici e fonti cui Enya attinge ma che d'altro canto non la esauriscano nel breve arco di una definizione semplicistica. Ascoltare la musica di Enya è un'esperienza decisamente estranea al modo di sentire e vivere la musica di produzione moderna: è importante insomma capire che non è possibile fare attenzione al messaggio di questa artista senza "dimenticare" il modo in cui siamo abituati ad ascoltare la musica pop, quella rock, la commerciale, la grunge, la house e così via dicendo. La musica di Enya è un'arte fatta di atmosfere rarefatte, un complesso gioco di sonorità delicatissime e spesso assai raffinate da un uso assai intensivo della tecnica chiamata "multivocals" che consiste nell'incisione in più sessioni di diverse linee melodiche l'una sopra le altre fino ad arrivare alla creazione di quei "cori" che caratterizzano in maniera peculiare la produzione della cantante. Attraverso questo particolarissimo modo di giustapporre voci su voci, Enya è riuscita nell'intento di creare un nuovo modo di porsi di fronte alla tradizione celtica e irlandese cui lei è ovviamente tanto legata: molte delle sue migliori opere si sono sviluppate in questo senso, ossia nella ricerca di un connubio possibile tra sonorità delicatissime ed evocative tipiche della sua terra d'origine e del suo background culturale (cui ovviamente si devono i brani costruiti sul testo in gaelico, ossia nell'antica lingua d'Irlanda), un approccio di stampo medievaleggiante e un timbro cadenzato spesso sul paradigma fornito da molta musica sacra di derivazione europea-continentale (e penso soprattutto all'insistenza nell'uso del latino per alcuni dei testi più interessanti della sua produzione). Se a tutto ciò si aggiunge una attenta pulizia di suoni e una frequente tendenza all'uso di tonalità "in minore" credo che il quadro sia piuttosto chiaro. La produzione di Enya è piuttosto breve e può essere riassunta in 4 album dal 1987 al 1995 (escludendo così la raccolta del 1997 e alcuni lavori minori): anche in questa forte "densità", in questa così sofferta edizione della propria arte, Enya è riuscita perfettamente a farci intendere cosa significhi fare musica originale oggi, musica in grado di stravolgere determinate regole di mercato e di imporre al grande pubblico musica di altissimo livello, forse a tratti un poco elitaria, ma di certo come non se ne è sentita da tempo ormai. Il suo primo vero album partì come un progetto particolare e sui generis: "The Celts" del 1987 nacque nel 1986 come collaborazione con la BBC inglese per un lungo documentario in sei puntate sui Celti. Enya fu incaricata di scrivere quella che sarebbe stata la colonna sonora del documentario stesso ma ben presto ci si accorse che il valore dell'opera trascese le aspettative dell'occasione. La BBC originariamente le chiese un piccolo contributo creativo per arrivare invece alla fine ad affidarle un totale di circa 70 minuti di musica: di questi, 41 minuti (opportunamente rielaborati e riarrangiati) entrarono a far parte di "The Celts". Le linee guida all'interno di questo primo album sono di per sè piuttosto "semplici": essendo nato in un'occasione tanto specifica quale il documentario cui ho accenato, l'album è assai costante sia per tecnica esecutoria che per le tematiche trattate. Al centro dell'album è il mondo celtico in molte delle sue accezioni, da quella storica a quella religiosa a quella puramente mitologica, il tutto narrato attraverso composizioni perlopiù brevi. La prima traccia del cd rende bene l'idea che è alla base di questo lavoro: "The Celts" (che dà il titolo all'album) incarna in maniera esemplare lo spirito con cui l'artista si è avvicinata a questi temi. Domina qui un senso di mistero mescolato ad un'atmosfera di imponenza: l'andamento sostenuto di questo brano che tanto somiglia ad una marcia trasmette la sensazione di potenza e di orgoglio che prorompono da un uso particolare del tamburo che ritma lo svolgersi della musica e dall'inserto di alcune campane che si mescolano alla voce portante del brano. Ad intervallare questo fluire costante di una musicalità tipica di quei luoghi e tempi, un intermezzo di grande dolcezza e delicatezza che traccia in un brevissimo excursus poetico la storia di un popolo sull'orlo dell'estinzione. Di altro tenore è invece "Aldebaran", la seconda composizione dell'album, che Enya stessa dedica esplicitamente al regista Ridley Scott. La fonte da cui il pezzo nasce trae origine è il retroterra leggendario della tradizione celtica. Aldebaran (dall'arabo Al-dabaran: colui che segue) è la stella alfa della costellazione Taurus, l'Occhio del Toro. Quello che la musica ci trasmette è il senso di un viaggio, un viaggio verso questa stella: per molti versi è un itinerario metaforico quello che l'artista va proponendoci, ma che trae forza e origine dalla storia di questo popolo che era solito affidarsi a continue migrazioni, soprattutto nella parte iniziale della parabola che descrive l'esistenza dei Celti. Il continuo riflusso ascendente e discendente dell'arpeggiato e le voci in gaelico aiutano l'ascoltatore a immedesimarsi nell'atmosfera "stellare" ma soprattutto mitologica che ha ispirato "Aldebaran". "I want tomorrow" non si iscrive in questa linea di continuità col passato preferendo invece cantare un destino presente, attuale. La voce delicata e sottile (il canto è in inglese) è accompagnata dagli archi e pur non rinnegando la strumentazione fin qui usata, forse si stacca più di altri brani dall'omogeneo impianto strutturale dell'album. A metà strada tra un canto d'amore ed un accenno vagamente religioso di attesa e struggimento, in cui come sempre il destino è visto come una forza potente e attiva. Forse l'assolo di chitarra può sembrare fuori luogo e sembra rievocare più certe atmosfere mediorientali, ma nonostante tutto ritengo il brano uno tra i più raffinati di "The Celts". La "March of the Celts" che segue "I want tomorrow" ci fa rituffare immediatamente nell'ambientazione delle prime due tracce: il titolo stesso è autoesplicativo e rende bene l'idea, benchè io trovi che si attaglierebbe meglio al primo brano dell'album. Il pezzo è breve ma denso di quelle caratteristiche che abbiamo finora esaminato e che abbiamo visto formare la spina dorsale di questo cd: ritmo chiaramente scandito, pianoforte, campane, archi di accompagnamento in "pizzicato", melodia non troppo accattivante, sintetizzatori come al solito ben utilizzati. E una chiusa d'effetto in "maggiore". "Deireadh an Tuath" è un brevissimo brano in gaelico puro: in un'aria rarefatta da un utilizzo appropriato dei synthesizers si scioglie un canto dal sapore antico ma delicato che canta ancora una volta il "ciclo" celtico della vita, della morte e del ritorno alla vita. Il pezzo non ha grande impatto ma resta una buona testimonianza della capacità di Enya di creare in un breve arco temporale un brano comunque assai peculiare. I flauti del seguente "The sun in the stream" dominano per l'intera durata della traccia. Il brano è stato ispirato dalla leggenda del Salmone della Conoscenza: nel Bosco dei nove Noccioli Saggi, scorree un fiume, il Boyne, che trae origine da una fonte sorgiva sacra. Il Salmone si nutriva delle preziose nocciole cremisi cadute dagli alberi fino ad arrivare a possedere tutta la Sapienza del mondo. La leggenda è solo un pretesto ovviamente, ma è interessante notare come le suggestioni di sapore celtico vengano ricreate assai fedelmente. "To go beyond" (che avrà una "reprise" nell'ultima track del cd) è una concisa lirica dall'ariosa semplicità: vocalizzato su pianoforte e in seguito uso di pochi sintetizzatori e di voci aggiuntive, giusto a sottolineare la melodia principale. "Fairytale" è anche questa una canzone che trae spunto da una leggenda (una fairytale, per l'appunto): è la storia di Midir, il re delle Fate, e del suo desiderio per la bella principessa Etain. Il racconto di un grande amore, di gelosia, di segreti e di sfinimento in cui Etain è infine scacciata e trasformata in una fonte di acqua da cui poi emerge come farfalla immortale. Il pezzo è strumentale e si avvale del vocalizzato di Enya e di un sorprendente sottofondo di voci e sussurri oltre che degli immancabili sintetizzatori. La melodia è delicata e conosce solo una breve accelerazione di controcanti per poi richiudersi su sè stessa con la ripresa del tema e un finale sommesso. Il semplice e breve "Epona" narra invece la storia di una donna riverita come la "Dea dei Cavalli", sempre ritratta nella mitologia celtica con una cornucopia o una sacco e circondata da uccellini il cui canto si racconta sia deputato a cullare i vivi per addormentarli e a risvegliare i morti. Piuttosto scialbo come brano, poco incisivo e assai ripetitiva: forse intende rievocare fedelmente la materia trattata dalla leggenda ma io l'ho trovata un po'stanca e ripetitiva. Di altro livello è la successiva "St.Patrick" che fa parte della "Triad" assieme a "Cu Chulainn" ed a " Oisin". L'intera triade dura poco più di quattro minuti e intende proporre un breve excursus nella storia celtica cominciando col parlare di S.Patrizio, figlio di un ufficiale dell'Impero Romano, catturato da un raid dei Celti quando era ancora un ragazzo e tenuto prigioniero per sei anni. Riuscito a sfuggire ai suoi carcerieri, divenne un chierico e ritornò in Irlanda. Secondo la leggenda fu proprio S.Patrizio ad essere l'iniziatore della conversione dell'Irlanda intera alla Cristianità e quindi più o meno indirettamente della scomparsa di ogni residuo credo tradizionale celtico. L'attacco del brano è solenne, voce sussurrante e dai toni gravi e decisi, grande uso di reverber, voci di sottofondo e campane accompagnano questa prima parte fra sequenze di toni cupi verso uno scioglimento più dispiegato che introduca la seconda parte della "triade": "Cu Chulainn" significa "il mastino di Cullan". Il protagonista di questa leggenda è un bambino dal nome "setanta" (che significa "il piccolo") che uccide il mastino posto a guardia del fabbro Cullan. Il ragazzo prese dunque il posto del mastino stesso e divenne il custode delle Fucina. Cu Chulainn è uno dei più grandi eroi della tradizione irlandese, le cui gesta vengono narrate in molte saghe. Di certo (a mio parere) il brano legato a Cu Chulainn è debole e poco adeguato al mito narrato. Le pseudo-fanfàre non rendono in maniera potente la forza del personaggio e la melodia stessa è poco tratteggiata se non in pochissimi tratti. La triade si chiude con "Oisin", ossia "piccolo cerbiatto", che lasciò la sua casa per viaggiare fino a "Tir na n og", la Terra della Giovinezza, assieme a "Niamh Cinn Oir", ossia "Niamh Testadoro". Raggiunta questa terra vi rimase per tercento anni, senza mai invecchiare. Quando ritornò nella sua terra, in Irlanda, trovò i suoi compagni tutti morti da tempo immemore mentre la sua stessa patria ora abbracciava una nuova fede, quella cristiana. Ma non appena scese da cavallo e posò il piede per terra perse il retaggio di Tir na n og, invecchiò in un attimo e morì. Anche in questo caso la bellezza della leggenda non credo trovi riscontro nel brano e per questo brano valgono più o meno gli stessi appunti che ho mosso a "Cu Chulainn". "Portrait" è un brano strumentale, pianoforte e sintetizzatori, di grandissima evocatività: la melodia è assai meditativa eppure insieme ariosa, gentile, con alcuni tocchi di sensibilità estrema e liricizzante. Il dialogo è tutto interiore, gli accordi sembrano evocare un'aria di malinconia che nella parte centrale del brano trova un bilanciamento in un passo più spedito solo per tornare però in maniera circolare alla ripresa del tema cardine. Nonostante sia privo di qualunque implicazione tipicamente celtica o similare il brano risluta godibilissimo e assai ben innestato nel tessuto narrativo. "Boadicea" si configura d'altra parte come una canzone a metà strada tra la litania, il canto rituale e la meditazione. La grande forza della composizione è nell'andamento lento e nell'uso accorto e particolare dei sintetizzatori: la voce principale mormora la melodia a fior di bocca mentre l'accompagnamento e le sonorità prettamente cupe non fanno che rafforzare la spoglia bellezza di questo brano, ricco di una forza particolarmente suggestiva. Il nome deriva dalla leggendaria "Boudicca" (ossia Vittoriosa), regina della tribù degli Iceni, nell'est Anglia. Ella guidò una ribellione contro i Romani nel 60 a.C. distruggendo le città di Colchester, St.Albans e catturando Londra. Tuttavia fu infine sconfitta dai Romani ma piuttosto che subire l'umiliazione della cattura si avvelenò e morì. La "Bard dance" che segue è fin troppo convenzionale: in parole povere è la classica ballata strumentale di tipo medievale. La strumentazione è ottima naturalmente, ma la composizione non si discosta dai classici clichè di questo genere, di cui comunque è ottimo rapprentante. L'ultima canzone con testo è "Dan y Dwr": sotto le acque si trova il villaggio di Capel Celyn. Questo villaggio gallese fu sommerso contro la strenua volontà dei suoi abitanti per costruirvi una grande cisterna. La canzone non è altro dunque che il lamento per la perdita di Capel Celyn, il cui ricordo è sepolto sotto l'acqua. Anche questa cantata in gaelico è delicata e gentile ma ha in sè quel tocco di malinconia estrema e di struggimento che traspare bene come elegia per la città perduta. L'ultimo brano è la reprise di "To go beyond" (il settimo brano) arricchito da un diverso arrangiamento e da un assolo di violino davvero interessante e profondo che si intona assai bene col resto dell'opera. Per questa track vale il discorso fatto in precedenza. |
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